July22009

Pacchetto sicurezza: sicuri di essere meno sicuri - Luigi Prosperi

Primo indizio della gravità delle conseguenze dell’approvazione e dell’importanza che questa rivestiva per il Governo è l’iter parlamentare. Nello specifico, due scelte politiche che hanno caratterizzato l’ultimo passaggio al Senato. In primis l’utilizzo dell’ennesima questione di fiducia, allo scopo di blindare la maggioranza. Non basta: il Senato si è trovato a votare un testo composto da tre soli articoli (e, rispettivamente, 32, 30 e 66 commi). Detto che quello approvato alla Camera constava di 66 articoli, la spiegazione è piuttosto semplice: nella votazione si approvano o bocciano i singoli articoli, anche laddove sia posta questione di fiducia (che è sul provvedimento generale). Ecco dunque che dopo aver “sistemato” la questione generale, si è voluto garantire anche l’intero contenuto.

SICURI DI AVERE RAGIONE – Scorrendo le nuove “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”, un occhio non troppo esperto noterà la ricorrenza di alcuni termini e concetti. La parola “straniero” compare ben 27 volte, il “permesso di soggiorno23 volte. Non serve essere sociologi, né giuristi, né storici per comprendere come la sicurezza pubblica sia ormai a tutti gli effetti (da ultimo quello della legge) considerata come appendice (conseguenza?) della regolamentazione dell’immigrazione. Il leitmotiv di questo Governo, dettato dalla necessità di mantenere salda l’alleanza con la Lega Nord, è che non possiamo permetterci di accogliere tutti; anzi, a citare testualmente il Ministro dell’Interno Maroni, “con l’immigrazione clandestina bisogna essere cattivi”. Dietro questi slogan c’è una lettura della criminalità che, prosciugata da eventuali ignoranza o incapacità (stiamo parlando di una classe politica che ci governa e non ha difficoltà a chiedere il conforto di esperti, se in difficoltà con le interpretazioni della realtà), sembra riportarci indietro di trent’anni. “Sotto ogni clandestino può nascondersi un criminale, sotto ogni criminale può nascondersi un clandestino”, direbbe oggi Gian Maria Volonté in un immaginario sequel di “Indagine su un cittadino…”. Di questa maggioranza, di questo Governo spaventa la convinzione nelle proprie convinzioni (mi si consenta la ripetizione): l’ansia di presentarsi come il Governo del fare, l’uso smodato della fiducia nell’iter di approvazione delle leggi, le uscite sibilline del Presidente del Consiglio contro il Parlamento non sono che sintomi. La malattia è la sfiducia nel dialogo, nell’analisi dei fenomeni, nei processi decisionali condivisi e concertati con anime diverse del Paese. Sembra di assistere ad una continua corsa contro il tempo, dove il traguardo è solo il prossimo sondaggio. In fondo il Partito Nazional-Socialista di Hitler prese il potere con gli strumenti della democrazia, senza torcere un capello. E in periodo di crisi economica, basta essere capaci di individuare nemici sempre nuovi da dare in pasto al popolo.

SICURI CHE L’ITALIA SARÀ UN POSTO PEGGIORE – Ci travestiamo ora da “nuovi governanti”, e rivoltiamo contro di loro questo modo di fare politica sfruttando la pancia dell’elettorato e della cittadinanza. Alcune norme della nuova legge renderanno questo Paese un posto peggiore per tutti, italiani o stranieri che siano, regolari e irregolari. Ignorando mesi di denunce e proclami di non collaborazione da parte degli interessati, è infatti stato approvato il comma 25, lettera g) dell’articolo 1, che impone al cittadino extracomunitario l’obbligo di esibire il permesso di soggiorno come condizione per ricevere servizi “inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie” e “prestazioni scolastiche obbligatorie”. Pur abolendo dunque formalmente la norma sui cosiddetti medici-spia, si finisce per “liberare” di un obbligo giuridico soltanto questi ultimi. Nei fatti, ci chiediamo, cosa cambierà? Anche laddove il medico facesse prevalere il suo dovere di curare il malato, resta la procedura dell’esibizione del permesso di soggiorno a sconsigliare a quest’ultimo di recarsi presso le strutture pubbliche. Assisteremo ad altre morti per paura? Quanto ai presidi, si diceva che la norma fosse incostituzionale (lo denunciava il Presidente della Camera Gianfranco Fini in persona): niente da fare, si lasciano sfumare le polemiche, si promette un passo indietro, e puntualmente si lascia tutto com’era. In materia penale, dopo l’aggravante di clandestinità (in base a cui la condanna sarà aumentata di un terzo qualora il reato sia commesso da un irregolare) – introdotta con la prima legge di conversione del pacchetto sicurezza (la numero 125/2008, che ha introdotto il comma 11-bis dell’articolo 61 del codice penale) –, l’introduzione del reato di clandestinità (punito con un’ammenda da 5mila a 10mila euro) comporterà un ulteriore appesantimento dei ruoli dei tribunali, che saranno probabilmente ingolfati da migliaia di procedimenti inutili, come denunciato dal Consiglio Superiore della Magistratura. Segnaliamo poi la questione delle ronde. Aspettando i provvedimenti di attuazione, il fatto stesso di delegare funzioni di controllo del territorio a privati cittadini appare una grave forma di cessione della sovranità dello Stato, quasi una delega alla giustizia privata (in un certo senso persino preventiva, visto che potranno intervenire istantaneamente…). Convinti che molto se ne parlerà nel prosieguo, cerchiamo di trarre le nostre conclusioni.

SICURI CHE QUALCUNO CI GUADAGNERÀ – La posizione del Governo, che abbiamo cercato di interpretare, è resa chiarissima da una serie di norme passate sotto silenzio. L’introduzione di contributi (vere e proprie tasse) di 200 euro a carico del cittadino che voglia inoltrare domande inerenti la cittadinanza, e di una cifra compresa tra gli 80 e i 200 euro per coloro i quali richiedano il permesso di soggiorno (per ogni volta che lo si chieda). La previsione di spesa inerente i Centri di Identificazione ed Espulsione (i famigerati CIE in cui dovrebbero essere condotti i clandestini in attesa di espulsione o rimpatrio), quantificata in 35 milioni per il 2009, 83 per il 2010 e 21 per il 2011. Le restrizioni alle rimesse di denaro verso Paesi extraeuropei, subordinate alla presentazione del permesso di soggiorno, e che avranno come unico effetto concreto la nascita di figure di intermediari, persone in possesso di regolare documentazione che effettueranno i versamenti in cambio di una percentuale. La clamorosa assenza di norme riguardanti il lavoro nero, infine. Come giustificare la scelta di non inasprire le pene per coloro i quali si servano del cittadino irregolare (per lo più approfittando della sua condizione di illegale, e quindi spesso con l’arma del ricatto) per trarre profitto dalla sua situazione? Crediamo sia questo l’argomento decisivo a conferma di una sensazione, che sullo straniero si vogliano far ricadere colpe diffuse nella società (e nei Governi, prima di tutto). La colpa della povertà e della disperazione, su tutte. Non si può essere buoni, sostiene Maroni. Ma si può impiegare il clandestino, se è vero che al massimo si va incontro ad una sanzione amministrativa (peraltro introdotta dal Ministro Bersani nella precedente legislatura). In un periodo in cui peraltro si è assistito alla diminuzione dei controlli sul sommerso, sembra davvero un invito ad approfittarne. Immaginiamo un immigrato in possesso di regolare permesso di soggiorno e contratto di lavoro a tempo determinato. Cosa succederebbe se alla scadenza di quest’ultimo il datore di lavoro ricattasse il lavoratore, offrendo condizioni peggiori? Non si tratterebbe forse di un ricatto legittimato dalla legge, considerato che il rilascio del permesso resta subordinato alla esibizione di un regolare contratto di lavoro? E’ questa forse una forma di contrasto della crisi economica pensata dal Governo?

SICURI CHE NON SI PUÒ RIMANERE ZITTI – Si è detto delle proteste di medici e presidi. Si è detto della denuncia del CSM. Resta una nota di colore. La disposizione che forse più di tutte ha creato malumori riguardava la rete. Il famoso emendamento D’Alia (dal nome del deputato dell’UDC che lo aveva presentato) avrebbe permesso la “repressione di attività di apologia o incitamento di associazioni criminose o di attività illecite compiuta a mezzo internet”, ossia l’istigazione a delinquere e persino il semplice invito a disobbedire le leggi, attraverso una misura repressiva decisa dal Ministero dell’Interno, consistente di fatto nell’oscuramento della pagina. Nonostante gli allarmi tuttora presenti sul web, da queste pagine si è già dato conto del fatto che questa norma è stata soppressa prima ancora del passaggio del disegno di legge al Senato. Ci piacerebbe in conclusione che non fossero le singole categorie colpite, siano essi i medici, i presidi o i blogger a sentire la necessità di alzare la voce, ognuno rispetto al proprio “campo di azione”. Non possiamo oggi abdicare la nostra condizione di cittadini e chiedere al Presidente Napolitano di far valere la propria competenza, esercitando la facoltà di rinviare il testo al Parlamento. Non possono bastare movimenti spontanei nati sul web, seppure capaci di organizzare manifestazioni di protesta come quella che ha avuto luogo ieri davanti al Senato e di cui si è dato conto ancora una volta via web. La legge licenziata oggi dal Parlamento italiano è una legge xenofoba, che insegna il razzismo alle nuove generazioni (abbiamo soprasseduto sull’esame di norme come quella che prevede il permesso di soggiorno a punti o l’obbligo di sottoscrivere un Accordo di Integrazione da parte del richiedente, ma sono parte della legge anche queste): è una legge che oggi legittima la paura verso il diverso, lo relega a una condizione di semicittadinanza (visto che tuttora non si parla di diritto di voto), e domani chissà. In Italia vivono oggi circa 4 milioni di stranieri regolari, il 6,5% della popolazione, ma addirittura il 12,7% dei nuovi nati nel 2008. Non vorremmo che la difesa odierna della razza si trasformi in una rivolta delle banlieue, domani.

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